L’Inter deve aspettare Eriksen più di Sensi

Eriksen può partire dall'inizio

Mettiamo subito i puntini sulle i, il titolo è volutamente provocatorio: tutti i componenti di una rosa vanno valorizzati al massimo. Soprattutto poi quando si parla di giocatori di talento, la pazienza è d’obbligo per non avere poi rimpianti in futuro. Fatta questa piccola premessa, torniamo sul focus principale dell’articolo: Eriksen e Sensi. Quando si parla di centrocampisti di qualità dell’Inter sono giocoforza i primi due nomi che vengono in mente. Giocatori diversi, molto diversi che basano però il loro tipo di calcio prevalentemente su un’elevata tecnica di base. Possono essere accomunati anche dal ruolo in cui vengono schierati, anche se come poi andremo ad analizzare nell’articolo, l’interpretazione e la filosofia dello stesso è opposta.

Lo sa bene Antonio Conte, che – al netto degli infortuni – ha sempre riservato un certo tipo di minutaggio all’ex Sassuolo. Sensi è un brevilineo con una discreta visione di gioco e con capacità ottime di palleggio. Il numero 12 nerazzurro, 168 centimetri, fa tesoro della propria leggerezza di gambe per attaccare agilmente con e senza palla gli spazi liberi. Le sue qualità possono diventare un limite in certe partite (magari più fisiche) e quando gli si chiede un tipo di lavoro più difensivo. Sensi, oltre a una fragilità muscolare che lo porta a vivere stagioni più dentro all’infermeria che al campo (abbiamo analizzato in un approfondimento tutta la sua storia clinica), ha anche il “difetto” di tenere molto palla. Questa sua peculiarità lo ha portato a non giocare quasi mai nel ruolo di Brozovic, occupando sempre una posizione più avanzata.

Eriksen è un giocatore completamente diverso, sebbene molti abbiano la facile tendenza al confronto. Il danese è l’uomo del passaggio chiave, del tiro da lontano e della palla che viaggia prima di quanto non lo possano fare le gambe. Ha bisogno di un contesto in cui sia centrale – anche come numero di palloni toccati – per risultare determinante. Sensi diciamo che interpreta lo schema alla lettera e facendo tesoro di una buona qualità, riesce ad avere una buona efficacia. Uno schema che si basa più sulla palla addosso (alle punte) e che richiede tanto movimento con la palla per spostare le pedine nella difesa avversaria.

È indubbio quindi affermare che in questa Inter contiana, al netto degli stimoli e della fiducia che un giocatore può avere per una ragione o per l’altra, Sensi abbia più senso di Eriksen. Ma veniamo al titolo provocatorio, perché l’inserimento di Eriksen dovrebbe richiedere, secondo chi scrive, più tempo dell’attesa che si può avere, per esempio, per un Sensi? Tutti abbiamo apprezzato i buoni propositi di Sensi su Instagram, anche se l‘integrità fisica purtroppo dipende dalla costituzione fisica e muscolare più che dalle intenzioni.

Eriksen nonostante lo stipendio importante è un giocatore di 28 anni che non ha nulla da dimostrare. A parlare per lui ci sono i numeri e ci sono anni ad altissimo livello che non possono essere banalizzati alle mere differenze tra Serie A e Premier League. Negli ultimi otto anni in Inghilterra è stato il primo giocatore per: assist, gol da lontano, gol su calcio di punizione, occasioni create. Settimo per gol più assist. Una società calcistica, dopo averlo acquistato, ha l’obbligo morale e tecnico di metterlo nelle migliori condizioni possibili prima di liberarsene eventualmente. Senza semplificazioni e senza rifugiarsi nelle modeste occasioni del calciomercato di gennaio.

Trattamento diverso per Sensi, su cui regna – a mezzo stampa – la pazienza, la fiducia e la consapevolezza (fondata su cosa?) che prima o poi i problemi si risolveranno. È importante che tutti, dalla società all’allenatore, proteggano in questo momento uno degli elementi più importanti e non continuino l’opera (anche comunicativa) di dilapidazione del capitale.

Altrimenti arrendiamoci, diciamo che in Italia la tattica conta più della tecnica, arrendiamoci alle inglesi che sollevano titoli internazionali a discapito delle nostre squadre. Rifugiamoci nello sconcertante paragone tra il calciatore e il guerriero: il calcio è un’arte nobile. E così, non andremo da nessuna parte.

Mario Garau

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